giovedì 1 novembre 2012

Gilberto Isella traduce e commenta “Scarto” di Jacques Dupin


 

Il lungo graffio di una traccia morta
(Appunti su Scarto di Jacques Dupin, scomparso il 27 ottobre 2012)

Jacques Dupin (1927-2012) è considerato uno dei maggiori poeti francesi. Ha vissuto un momento tra i più significativi della cultura parigina del dopoguerra, dando vita nel 1967 alla rivista Ephémère, terreno d’încontro di artisti e poeti, e la cui immagine di copertina portava la firma di Alberto Giacometti. I suoi libri sono stati pubblicati da Gallimard e da altre importanti case editrici. In italiano sono apparsi: Massicciata (Scheiwiller), Nulla ancora, tutto ormai (Dadò) e l’antologia Divenire della luce (Garzanti), tutti a cura di Delfina Provenzali.
  Gilberto Isella si occupa da anni della sua opera. Recentemente ha tradotto e curato la raccolta Scarto (Lugano, Opera Nuova, 2011).

La comba
  
   Ricettacolo e matrice, scrigno di enigmi notturni e custode di un’arcaica ‘volontà di potenza’, la “comba oscura” rappresenta per Jacques Dupin  l’ultima versione di un simbolo familiare. Pur mantenendo i tratti del biografema indicante i luoghi dell’infanzia, in Écart/Scarto essa si carica di connotazioni multivalenti. Un luogo fisico, all’inizio: valle stretta e allungata tipica dell’Ardèche, la terra nativa che ha lasciato molteplici segnali nell’opera dupiniana. L’espressione geografica-geologica si traduce tuttavia presto in metafora scrittoria. Anche il paesaggio poetico di Dupin è per natura impervio, scosceso, franoso, ricco di avvallamenti e faglie che operano continue deviazioni e cesure rispetto al terreno uniformemente soleggiato della langue, alla sua confortevole linearità.
 Il paesaggio tabulare, spoglio e cadaverico, ridotto fin da principio all’astrazione di uno schema, (“cima” e “fondo”,  le coordinate strutturali di Scarto) è lì a testimoniare “il lungo graffio/di una traccia morta”. Gli è solo concesso di sovraesporsi, alleggerirsi (“fondo e cima presto  alleggeriti”) fino a raggiungere, per opera dell’”inchiostro che evapora”, una sorta di imponderabilità alle soglie del divenire fantasma, della scomparsa:

Tabulaires, fond et cime                    Tavolati, fondo e cima

et selon l’écliptique creusant              e secondo l’eclittica
le songe à midi                                  che scava il sogno a mezzogiorno

n’étant que l’ample griffure               non altro che il lungo graffio
d’une trace morte                              di una traccia morta

fond et cime allégés soudain               fondo e cima presto alleggeriti

par l’encre qui s’évapore                    dall’inchiostro che evapora


Tra frammentazione e ombre minerali inabissate,  delimitanti il luogo del corpo e della parola, si muove l’immaginario dupiniano. Nessuno, meglio dell’autore, potrebbe riassumerne le ambizioni:

Poesia, congiunzione di tratti sparsi e e frantumi eretti, legame intrecciato di lineamenti nemici. Fragile autorità del respiro infinito della voce spezzata. Denudamento ad opera del fuoco che fa sorgere la lingua attraverso il corpo – manciata di torba, sale, ceneri – la lingua stessa, la lingua senza la lingua – e il suo riso che sfregia la notte, illuminando l’altra notte che si erge e ne prende il posto.

    Come ogni luogo nascosto o ripiegato su di sé, la “comba oscura” richiama la scena primaria dove l’io poetico riconosce il proprio destino di ‘essere-per-la-scrittura‘ in quanto ‘essere-per la-morte’: facile avvertire, in un verso della raccolta, l’assonanza tra “combe e “inscription de la tombe”).  L’oscurità  non genera oblio, bensì una memoria intermittente e anamorfica. Una memoria tanto prodiga nel dispensare i pittogrammi della lontananza ‘interiore’, quanto implacabile nel manometterli, nel sottrarli alla presa diretta della significazione, nel vomitarli sotto forma di scorie o rovine, di scarti dunque. Scarti del senso, figurati attraverso gli scarti ambientali che il soggetto incide sulla propria pelle.
   Ma la comba è soprattutto lì per suggerirci le coordinate topologiche entro cui avverrà la produzione poetica del senso, lungo un percorso costellato di antitesi e ossimori. Potrà allora configurare la “gabbia indelebile” ma anche la sua soglia, la camera oscura del dormiente con la luce invisibile che vi si raccoglie, l’implosione della parola e del respiro e nel contempo lo spiraglio (la “breccia nel muro”, come dice  una poesia di Lo sparviero), o ancora la finestra: “L’ombra attraversa la finestra quando dormo”. Passaggi che consentono evasioni,  o per dire meglio, il sempre problematico e contraddittorio dupiniano ’’arrischiarsi’ verso il fuori. Anche quando il fuori si rintana in retri, stamberghe e ripostigli, paradossali siti dell’aperto-chiuso, scarti di ogni luogo ‘alto’ dell’Essere. La comba, nell’altro-da-sé, non fa che replicarsi:

Moi j’occupe à fleur de peau                       Occupo a fior di pelle
le galetas le cagibi la souillarde                   la stamberga il retro il ripostiglio

le ciel ouvert                                               il cielo aperto
crachin de langue, succulence                     acquolina in bocca, succulenti        
d’un gratin de cardons dans le four            cardi gratinati al forno

et le nombreà fleur de peau                         e il numero a fior di pelle
le portail hors de ses gonds                        il portale sgangherato

quand le sable s’amoncelle                         mentre la sabbia si accumula
on fusille dans les cours                             si fucila nei cortili

le vide, le feu qui écrit                                il vuoto, il fuoco che scrive
la faille du corps                                        la faglia del corpo

le vide ravale fleurs et tatouages                il vuoto inghiotte fiori e tatuaggi
posant sur mes yeux éteints                       posando sui miei occhi spenti

l’odeur de la neige                                     odore di neve

                                                         
Lo sciame

 Lo sciame, inteso come metafora di disseminazione linguistica che scompone la parola fino all’ “l’elementarità del proprio corpo significante” (Bigongiari), è un importante elemento distintivo  della poetica dupiniana. Esso traduce le vibrazioni, i flussi di quell’essere-stato che si predispone a-venire:

Oscilla nella luce del giorno una poesia astratta ma configurativa : linee, punti, intervalli, velocità, spazio…Schemi che si abbozzano, si orientano, accedono al visibile, ancora legati a un dato giacimento terrestre e passionale, mossi da energie compulsive, rischiose…

 Lo sciame, ovvero  “una poesia astratta ma configurativa” in perpetua, luminosa oscillazione (“oscilla nella luce del giorno”) sopra un magma che evolve. La poesia di Dupin – che coniuga il rigore di Kandinsky (“linee, punti, intervalli”) con la matericità delle partiture visive-visionarie di Pollock, Hajdu, Soulages o Tapies -  è instabile, sfuggente alla presa diretta come il terreno naturale o la tela da cui essa trae succhi e umori: “un nuovo spazio, di cui scintillano gli spigoli/ e le linee oscuramente riflessi”.
   Se ne può solo toccare l’interna distanza da sé. Al presente non è ancora. Avverrà forse, ma dopo aver subìto, esattamente come quel terreno o quella tela, contraccolpi, scarti e scoscendimenti d’ogni sorta, e sempre rischiando di trasformarsi in un ammasso di rovine. Al momento la vediamo agitarsi, fetale, in una “comba oscura”, nel grembo di una “notte, rinchiusa nelle parole, la notte che spinge, che si stira…”.

La latenza

    Tutto è in latenza, ma solo in quanto prefigurazione nascosta di significato. Dupin, nella sezione in prosa L’unghia del serpente confessa di non saper nulla delle “figure che potrebbero sorgere, né della loro origine che dovrà mancare”. Confessa quindi l’impossibilità di dire -  riguardo al proprio io e alle figure, all’io-figura - l’origine, la nascita, e infine la natura come evidenza che si fa evidente al toccare, al percepire, o alla mente che dovrebbe trascriverla in totalità, in Idea. Il suo non-sapere è bagnato dalla grazia terribile e inebriante della noche oscura, che testimonia l’attraversamento infinito e privo di mappa di un’estensione non misurabile, al di fuori  di qualsiasi relazione assiale ‘da luogo-a luogo’:

Nella notte, un corpo. Combustibile e conduttore della scrittura.  Un corpo. Terra immensa, aperta, che profuma. Che non ha misura. Né centro, né guglie, né limiti. Una terra, o un corpo senza origine – insonne, inumano – offerto al godimento dei mostri, che sregola i ritmi, scuote i vuoti del foglio e il diradarsi del respiro.

L’agire scrittorio

   La scrittura poetica – nella sua indicibile genesi incorporata nella storia del soggetto – è il sonno che illumina (“Dormire camminando, scrivendo”), e anche la traccia del disorientamento di trovarsi qui e in nessun luogo. Essa è sempre, come insegnano Rimbaud e Char, posta “in avanti”.
   Essere “in avanti”, sopravanzare – e solo grazie a questa ‘oltranza’ tentare paradossalmente la mimesis della natura a-venire in quanto frutto di reminiscenza – significa per Dupin saggiare fino al limite estremo le virtualità cognitive dello spaesamento-spossessamento, in altri termini  consegnare la poesia a un’avventura del segno e del senso non ascrivibile a un sapere preliminare o a una tesi ontologica.  È  il poeta medesimo ad individuare i fondamenti del proprio agire scrittorio nei luoghi irrappresentabili della cecità e del sonno: “Scrivere è forse un sonno più mobile che si circonda di comparse?” (Morene), o anche “La cecità è l’obbligo d’invertire i termini e di anteporre il cammino e la parola allo sguardo“ (Ib.) Così da raggiungere pienamente, in Scarto, l’esperienza della morte simbolica, condividendo con Blanchot l’idea che lo scrivere sia strettamente implicato con la morte:

La notte scrive. Allargando lo spazio, facendo traboccare la pagina, polverizzando il cerchio di pietre. E reclutando la morte.

Scrittura e scarto

  Se in Dupin la scrittura è implicata geneticamente nel corpo, ne deriva che anche la geografia corporale s’impernierà sulla scissione e sullo scarto in tutte le sue variabili: faglie, combe, avvallamenti oscuri. È il corpo,  questa ‘singolarità plurale e differita’ (come interi capitoli dell’arte occidentale novecentesca documentano, da Klee a Mirò, da Dubuffet a Wols) che dà il via al processo metaforico più intrigante nella poesia dupiniana. In Scarto l’impossibile ricongiungimento delle membra entro l’unità corporea trova un parallelismo, più fisico che mai, nel campo della lingua:

Si tracciano righe al veleno. Ci si tocca. Questa parola è una spalla, questa  un ginocchio quest’altra l’ombelico della sposa asintotica. È lei che respira la lavanda e la via lattea. Raduno di nuovo le lettere del libro che ho bruciato. Io lancio i coltelli, tu lasci andare lo sparviero. Candela contro candela, nella notte più nera, e la trasparenza di una libellula marina.

   Lo scrivere è un rito catastrofico che ha la sua  pointe nel ferire, nel sui-ferire della parola, rito autosacrificale necessario alla medesima per accedere all’ordine del poiein. Il quale, è vero, perseguirà sempre una “congiunzione di tratti sparsi” – secondo il dispositivo modulare e la sintassi ellittica che caratterizzano lo stile dupiniano  – ma facendo dei singoli “traits épars” i veri punti di fuga del testo, attraverso cui l’affioramento del rimosso, o di ciò che risulta semplicemente remoto (il tormentato romanzo familiare, il paesaggio minerale dell’Ardèche, la comba) è reso possibile. Potrà così riverberarsi in noi anche la “notte agitata”, il “lontano interiore” di una voce amica (Henri Michaux) che fa appello ai nostri ricordi più cari : “La notte agitata – scriveva  l’amico lontano e più vicino - il lontano interiore, la vera voce degli scorticati vivi e il più sensitivo dei fiori nittalopi”. Parole incise nella carne come l’inesorabile sentenza della macchina nella kafkiana Colonia penale. Ferite, abrasioni del testo che culminano con il suo dissolvimento, quando alla vista e all’ascolto non rimane della parola che lo sciame fonetico primario, centrifugo e senza leggi.
     Ecco dunque il pro-ferirsi, il dirsi dello strazio : rotta interminabile (“Io cammino interminabilmente”) verso la preda da sottrarre all’astratta purezza dello spazio che la contiene. Una rotta inaugurata da una sorta di slancio immobile che, dietro la simbologia dello sparviero (“Lo sparviero è il simbolo, più del predatore, della preda riportata al punto di partenza del volo del rapace”, scrive Bigongiari), ci riporta agli artifici dislocanti della scrittura (“lancio di pietra”, “scoscendimento”), alla legge della sua transitiva intransività; qualcosa di diverso, insomma, dalla generica dimensione ‘autoreferenziale. Qualcosa di più oltrante.
   La differenza, lo scarto si neutralizzano così in una sorta di identità ambigua e spettrale: nascita e morte congiunti nell’alveo della “comba oscura”, viso non ancora apparso alla luce che già prefigura la “maschera funebre”. Enigmi dietro i quali sta all’erta la cecità veggente del poeta.

le bois des genoux croûteux             il folto dei ginocchi
dans la cour d’école                         coperti di croste
                                                       nel cortile scolastico

lisse d’obséquieux méplats               piatta superficie
de masque funèbre                           che ha lineamenti ossequiosi
                                                       di maschera funebre

terrain de fouilles, entame               terreno di scavi, avvisaglie
de hauts-fonds                                di fondali

la nuit où sautent les baies              la notte dove saltano le bacche
 
                                                                          Gilberto Isella

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