giovedì 22 marzo 2018

Enrico Della Torre e Loredana Müller in mostra presso lo spazio hyunnart a Roma






il  c o l o r e  d e l l a   m e n t e

Enrico Della Torre   Loredana Müller

hyunnart studio
opening: sabato 24 marzo 2018  ore 18
24 marzo / 28 aprile  2108
testo di Rosa Pierno


La mostra “Il colore della mente” vede svolgersi fra i due artisti di diversa generazione, Enrico Della Torre e Loredana Müller, un dialogo ricco e fruttuoso, il quale si attua sia sul versante delle forme naturali sia sul versante del colore. La condivisione dei medesimi temi, amati da entrambi gli artisti, rende chiaro che la natura è fondamento di ogni perlustrazione interiore. Non solo perché essa è sempre interpretata - ed è presente in arte, appunto, col suo aspetto di artefatta creazione - ma soprattutto perché è proprio ciò che sporge dalla soglia dell’interiorità, quasi procedendo in un percorso inverso, al cui termine essa si appalesa come opera d’arte. 

La straordinaria consistenza dell’immagine tessuta da Enrico Della Torre è costruita valutando pesi, materie, luci, ombre, aree e tracciati: con ciò che struttura il reale, che regge l’impalcatura dei dettagli. Per Della Torre, scomporre in numeri primi un paesaggio vuol dire giungere a individuare entità non ulteriormente scomponibili: dunque, non alberi, colline, fiumi, erba, ma ombre, aree, contrasti. C’è qualcosa nell’ombra che spinge a considerarla esclusivamente come figura geometrica, a prescindere da ciò che la genera. Poiché proiezione, spesso parziale, di ciò che la determina, essa si disloca con forme del tutto indipendenti, si appella alla ragione in quanto si stima complementare alla forma. Il colore, a sua volta, s’impone come unico elemento che dia consistenza alle forme.

In Loredana Müller, anche quando la visione dovrebbe restituire l’unitarietà dell’elemento naturale rappresentato, la plasticità è annientata dal colore. L’artista cerca, prima ancora che il principio regolatore che sottende alla crescita, una scansione ritmica del tutto generale. Mette in luce il costrutto basilare del colore, che è l’elemento in cui rintracciare la presenza di tutti gli altri: non in quanto legge unitaria che gerarchizzi, facendo dipendere da esso luce e forma, ma elemento in cui rintracciare forma e luce, spazio e ritmo. La Müller costruisce lo spazio delle relazioni cromatiche come proprio ordine ideale, dando vita al loro infinito trapassare l’una nell’altra, dal culmine dell’una verso il suo nulla, cioè verso il culmine dell’altra tonalità. 


Hyunnart Studio: Viale Manzoni 85/87  00185  Roma

Orario di apertura: martedì/venerdì 16/18,30 o per appuntamento  335 5477120  pdicapua57@gmail.com



lunedì 19 marzo 2018

Alcune domande a Luigi Bosco su poesia2punto0




R.P.: È opinione diffusa che vi sia una carenza di lettura in Italia e che la letteratura di qualità, non di intrattenimento, non trova che esigui spazi: viviamo in una società della comunicazione, ma questa comunicazione è spesso livellata sul suo livello più basso. Considerando, inoltre, che è il consociativismo corporativo che spesso determina la popolarità degli scrittori, si crede che resti attiva e libera la regione del web, la quale consente aree di percorribilità autonome da tale meccanismo. Naturalmente, come tutte le aree franche, bisogna distinguere tra iniziative valide e non, ma a questo non ci si può sottrarre nemmeno nelle aree tradizionali. Sempre deve essere esercitata la selezione e la cernita, non fosse altro per adeguare la fruizione alle proprie aspettative. In questa situazione, poesia2punto0 si sta muovendo, fin dalla sua nascita, su un livello di grande autonomia e qualità. Quali sono le linee guida che ti hanno portato alla decisione, insieme ad altri, di dar vita a questo spazio?

L.B.: Quando si parla di editoria, di lettori e di consumo dei prodotti editoriali, sarebbe auspicabile considerare alcuni elementi che potrebbero fornire una visione meno retorica e più realista della situazione. Occorrerebbe fare maggior luce su alcune questioni. Per esempio, quando si parla di lettori a cosa si fa riferimento? Ai lettori in generale, indipendentemente dal tipo di lettura o ai lettori di libri? Perché gli italiani leggono, e molto, ma non necessariamente libri: leggono i giornali, leggono sul web, leggono libri, leggono sui social network etc. Se parliamo di lettori di libri, stiamo parlando di lettori di libri della industria editoriale o di tutti i libri? Amazon e altri market place sono inclusi o no? Si tengono in conto le letture gratuite o solo quelle a pagamento? Ecco, già solo chiedersi e approfondire quali sono le basi su cui vengono poi costruite le statistiche è un bel passo, perché la statistica è un animale che va domato o ti doma. Fare riferimento al dato del 30% senza chiedersi qual è la base su cui applica non consente di farsi una idea corretta della magnitudine di tale percentuale. Per intenderci: il 30% di 10 è molto più piccolo del 10% di 100.
Statisticamente, il 40% degli italiani maggiori di 6 anni legge almeno un libro all’anno. La retorica della industria editoriale lamenta la bassa percentuale rispetto ad altri paesi europei come pure lamenta il continuo rimpicciolimento di questa percentuale. Se però si guardano questi numeri più da vicino, si notano molte cose che aiutano a definirli meglio. La percentuale di lettori italiani definisce una popolazione di circa 23 milioni di persone, lo stesso numero degli ultimi 20 anni. Se in termini assoluti la popolazione di lettori non cambia ma in termini percentuali si ottiene una variazione, ciò significa che quello che varia di anno in anno è la base e la sua composizione demografica. I lettori sono prevalentemente o molto giovani o molto adulti: leggere richiede tempo e la fascia di età compresa tra i 35 e i 45 anni è generalmente quella in cui il tempo scarseggia di più: il lavoro, i figli e altre priorità spingono la lettura in fondo alla lista. In Italia il 32% della popolazione ha una età uguale o superiore ai 65 anni, e non è detto che tutti abbiano la possibilità di leggere: i pensionati con 500€ al mese probabilmente non leggono, quelli che non hanno condizioni ottimali di salute probabilmente non leggono, quelli con età molto avanzata che non vedono bene probabilmente non leggono, quelli non scolarizzati probabilmente non leggono etc. ma tutti vengono contati per fare massa e tirar fuori la percentuale. Meno del 30% ha una età inferiore ai 25 anni, la maggior parte di questi vive in casa con dei genitori tra i 35 e i 50 anni che rientrano nella fascia di quelli che leggono poco perché le priorità sono altre dunque il contesto altro rispetto a quello familiare sicuramente aiuta. Fondamentalmente, delle fasce che hanno a tutti gli effetti potenzialmente la possibilità di leggere, praticamente leggono tutti. E ci lamentiamo?
La composizione demografica della popolazione italiana cambia: invecchia più rapidamente del resto di Europa e si fanno meno figli. Negli anni questo cambierà anche la percentuale di lettori come pure cambierà i gusti medi: se di tutti i lettori la maggior parte hanno una età avanzata si tenderà a produrre libri di una certa tipologia che è più affine a questo tipo di lettori.
Se si fa il paragone con altri paesi europei, prima di limitarsi a dire che il 40% di lettori italiani è più basso del 60% dei lettori spagnoli, è necessario fare alcune considerazioni: la popolazione italiana è di 60 milioni di persone, quella spagnola di 40, già solo per questo il mercato è molto più ampio in Italia. Se si guarda alla popolazione spagnola, demograficamente la distribuzione è molto differente a quella italiana: ci sono proporzionalmente più persone in fasce propense alla lettura. In tal senso, in Italia abbiamo un problema più demografico che di cultura. In ultimo, non necessariamente il perimetro di analisi delle statistiche italiane coincide con quello di altri paesi: può darsi che le fasce di età cambino o che si includano o si escludano categorie di letture e prodotti editoriali, andando così a modificare la base e la differenza è fatta.
La conclusione di tutto ciò è che, a mio avviso, in Italia si legge, anche più di quello che almeno io personalmente potrei immaginare.
Analizzato il fenomeno della lettura, passiamo alla sua versione applicata: cosa si legge?
L’industria editoriale lamenta la poca trazione nel mercato dei suoi prodotti. Mentre si lamenta, però, continua a produrre sempre di più: nel 2017 abbiamo sfondato per la prima volta la barriera del milione di titoli in vendita. Un milione di titoli differenti, essendo passati da una media di 3 nuovi titoli per lettore a 10 nuovi titoli. Ci sono circa 5 mila editori nazionali, di tutte le dimensioni e tipologie e solo in poesia ce ne sono oltre mille.
A partire da fine anni ’80, quando l’editoria ha cominciato a industrializzarsi, i volumi della produzione (e quelli della fatturazione) non hanno cessato di crescere. Essendosi industrializzata, l’editoria ha potuto concentrarsi sull’abbattimento dei costi di produzione per poter sfornare sempre più titoli di ogni genere e lavorare così a costi ridotti su due linee: la linea della ricerca del best seller, producendo centinaia di titoli differenti a costi ridotti e aumentando le probabilità di azzeccare con uno che ripagasse gli altri cento; la linea della cosiddetta “coda lunga”: fare molti titoli che vendono poco ma che tutti assieme sommano un volume di fatturato non indifferente. 
Quindi, riassumendo: il bacino di 23 milioni di lettori è lo stesso da più di 20 anni, la scelta è molto più ampia, l’accessibilità è molto maggiore, l’editoria si è industrializzata per abbattere i costi, produrre di più e mantenere i fatturati o aumentarli, cosa non facile già che oggi la moneta di scambio economico principale non è più il lavoro ma il tempo, e ottenere l’attenzione di un determinato bacino di consumatori è diventato difficilissimo.
Stando così le cose, mi chiedo di cosa, esattamente, l’industria culturale si lamenta? E di cosa, esattamente, si lamentano gli operatori culturali o gli autori? Non mi chiedo di cosa si lamentino i lettori perché, in questo discorso, non solo non vengono mai interpellati ma non si esprimono perché si limitano a leggere senza lamentele. E leggono da un lato ciò che gli viene meglio presentato e dall’altro ciò che risponde meglio alle loro esigenze, che possono essere delle più svariate: evasione, intrattenimento, educative, approfondimento, ricerca etc., secondo quelli che sono i canoni imposti dalla realtà e non dall’accademia.
È necessario fare un passo indietro per avere una visione completa della situazione e chiedersi se il problema non sia mal posto.
Se gli autori sono pochi, si parla – anche giustamente – di potere della nicchia culturale; se gli autori sono molti ma i nomi sulle labbra dei più sono una manciata, si parla – anche giustamente – di consociativismo corporativo; se gli autori sono molti senza nessuno che emerga dal gruppo, si parla – anche giustamente – di sottobosco e abbassamento del livello culturale, di massificazione della produzione intellettuale etc. Insomma, pare che nulla vada davvero bene, mentre invece è una questione di selezione naturale, di adattamento all’ambiente.
Anziché assolutizzare, bisogna relativizzare per rendersi conto che una specifica dinamica può essere allo stesso tempo interpretata negativamente e positivamente. Einstein è un genio secondo il canone occidentale, ma se lo si abbandonasse nella giungla uno qualunque dei nativi sarebbe, in quel contesto, molto più intelligente di lui. In cultura accade più o meno la stessa cosa: il contesto contribuisce a decidere il valore dei prodotti culturali secondo l’uso che se ne fa. La letteratura non la fanno i libri, ma i discorsi sui libri – dunque: la critica, più o meno professionale. Se si parla molto di un libro, il libro viene letto da molti: un circolo a volte virtuoso e a volte vizioso che serve a identificare le dinamiche del mercato culturale piuttosto che le orientazioni della critica contemporanea. Il fatto che 50 ombre di grigio sia diventato un best seller ha varie interpretazioni che sono più antropologiche che culturali nel senso accademico del termine.
È all’interno di tale complessità che Poesia 2.0 nasce e si installa, in autonomia e volutamente senza alcuna pretesa.
A distanza ormai di dieci anni dalla sua nascita, il progetto è una evoluzione di se stesso, non assomigliando molto a quello che era ai suoi inizi. E ciò è positivo perché significa che ha mantenuto la sua ragion d’essere.
Poesia 2.0 nacque dieci anni fa dopo un paio di eventi e dibattiti locali sulla poesia, cui seguirono vari dibattiti in rete. Inizialmente era composta da un gruppo non esiguo di persone che hanno provato a lavorare a più mani allo stesso progetto. Con il tempo, però, e come mi aspettavo, il gruppo di persone ha cominciato a ridursi pian piano per mancanza di tempo, mancanza di interesse, diversità di opinioni, fino a poi scomparire del tutto. E proprio quando Poesia 2.0 è rimasta “vuota” che ho creduto che avrebbe potuto funzionare davvero, compiendo il lavoro per cui è nata: raccogliere, accogliere, depositare. L’obiettivo, infatti, è puramente “archivistico”: non c’è una ben definita linea editoriale, non esiste una preferenza, non c’è un comitato di selezionatori. C’è uno spazio, potenzialmente infinito, e la volontà di riempirlo.
È chiaro che non si pubblica indiscriminatamente tutto ciò che arriva, in tal senso la linea editoriale è fondamentalmente il mio criterio di selezione – con tutti i limiti enormi che ciò comporta. E, proprio perché cosciente di tali limiti, cerco di evitare di far intervenire la predilezione durante i processi di selezione – cosa non semplice, perché significa pubblicare anche cose che non piacciono ma che sono di valore se ci si ricorda che esistono altre soggettività con altre predilezioni.
Dunque, riconoscendo e rispettando – nei limiti delle mie possibilità – la diversità, fondamentalmente mi limito a raccogliere, catalogare, accumulare, codificare tutto quello che leggo e che ritengo interessante, che può essere considerato un tassello per la costruzione del grande mosaico della poesia. L’idea di farlo online è stata una scelta innanzitutto pragmatica: costa poco, è veloce, è pratico e potenzialmente ha una via di accesso universale. Oltre a ciò, il web permette una sedimentazione molto particolare e interessante. 
La cultura è assimilabile a una sovrapposizione di stratificazioni geologiche: mentre gli strumenti tradizionali dell’industria culturale consentono dei tagli longitudinali creando delle sezioni bidimensionali statiche, il web permette dei tagli trasversali che attraversano tutto il percorso compiuto per arrivare fino allo strato più esterno, creando delle sezioni tridimensionali dinamiche all’interno delle quali è possibile muoversi in molteplici direzioni. Ecco, Poesia 2.0 vuole essere una di queste sezioni tridimensionali all’interno della quale potersi muovere in autonomia e libertà durante il percorso che ciascuno compie. Per questa ragione, da un lato c’è interesse e attenzione nei confronti del presente e del futuro – la attualità, diciamo; dall’altro c’è molto impegno sul deposito della attualità in strati coerenti di passato, che sempre sarà possibile andare a ripescare. Una specie di memoria collettiva, sia nell’uso che si fa dello strumento che nella costruzione e implementazione dello strumento stesso.

R.P.: Dico subito, senza mezzi termini, che il tuo è un vero e proprio dono, nel senso puntualizzato da Starobinski e da Nancy: occuparsi e lavorare quasi in anonimato per mettere a disposizione uno spazio in cui possano venire collezionate ed esposte le ricerche e le espressioni di alcune voci ai margini, non certo per la loro minore qualità, ma per non essere presenti negli ingranaggi delle case editrici o dei quotidiani. Parlaci di questa attività fatta per gli altri affinché sia di tutti.

L.B.: Il mio lavoro non è anonimo perché firmo i pezzi che scrivo (pochi) e sono indicato come fondatore e coordinatore del portale. Se però fai riferimento all’anonimato nel senso di mancato o poco riconoscimento della mia persona, può avere senso. Lungi da me, però, lamentarmene, frignando perché non mi si fila nessuno. Ottenere riconoscimento richiede impegno e lavoro, e l’impegno e il lavoro richiedono tempo. Io, non avendo questo non posso ottenere il primo e va bene così. È stato dimostrato che qualunque tipo di attività che necessiti di un pubblico ha a disposizione 8 secondi della giornata media di una persona per attirare la sua attenzione. Per poter ottenere quegli 8 secondi è necessario uno sforzo che vada oltre il progetto in sé: comunicare il progetto stesso. Lavoro una media di 12 ore al giorno, viaggio per lavoro almeno 2 giorni a settimana, ho due figlie davvero energiche e per fortuna dormo poco. Non potrei mai farcela, a meno che non decida di trasformare Poesia 2.0 in un lavoro. Per questa ragione non credo sia ragionevole da parte mia, o di altri in una posizione analoga alla mia, lamentare il fatto che non venga riconosciuto un lavoro fatto nel tempo libero allo stesso modo di un lavoro fatto come lavoro. Ciò non significa comunque che se dovessero esserci manifestazioni di gratitudine o riconoscimento, come nel tuo caso con questa intervista, non le accetti più che volentieri! Che non mi si maleintepreti: il messaggio che voglio mandare non è sostituire l’autocommiserazione con l’autosabotaggio. Più semplicemente, sto approfittando della opportunità che mi offri con questa intervista di provare a offrire un punto di vista alternativo al solito piagnisteo dei poeti, lettori di poesia e editori di poesia (figure che spesso coincidono in una stessa persona), tutti sempre degli eterni sfigati per definizione, oppure martiri o eroi. C’è bisogno di una visione più realista del mondo per non esserne buttati fuori.
A tal proposito, potrei approfittare della tua domanda per autoassegnarmi una funzione eroica descrivendo di quali e quanti indicibili sacrifici e rinunce e tempo etc. è fatta Poesia 2.0. Allora la domanda da farmi sarebbe: se di tanto si tratta, chi te lo fa fare? La risposta bugiarda sarebbe “l’amore per la poesia”, il “contributo all’arginamento della deriva culturale del paese” etc. La risposta veritiera sarebbe: la voglia di riconoscimento, che però non arriva e quindi crea la frustrazione che è alla base del sintomo dell’eroicità del poeta – o del suo martirio. L’altruismo, spesso, è una forma di egoismo. Per quanto riguarda Poesia 2.0, non si tratta come tu dici di una attività fatta per gli altri affinché sia di tutti. È piuttosto una attività fatta per me a disposizione di chiunque voglia farne uso o contribuire. Essendo questa la base di Poesia 2.0 e non essendoci ansie di riconoscimento, non ci sono nemmeno tutte le problematiche associate.
Mi limito a pubblicare ciò che leggo e che risulta interessante, indipendentemente da chi ha scritto. Per questa ragione, sul portale si trovano materiali di poeti conosciuti assieme a poesie di poeti esordienti o semisconosciuti. L’intenzione non è quella di tracciare una linea canonica e statica tra ciò che è buono e ciò che non lo è; al contrario, l’idea e domandarsi quotidianamente cosa è buono e cosa non lo è, anche provocatoriamente, mentre nel frattempo si cerca di lasciare un registro nel marasma generale di ciò che vale la pena ricordare. Alla fine, è il vantaggio di lavorare in autonomia e senza una linea editoriale definita, tranne quella della onestà intellettuale.

R.P.: Il sito ha sezioni che sono vere e proprie proposte di lettura: Poesia condivisa, Libri Di/versi e anche la pubblicazione di eBook, le quali configurano una sorta di antologia della poesia contemporanea costantemente online, che servono come strumento di divulgazione e di confronto. Qual è la tua visione su probabili scenari futuri?

L.B.: Della sezione ebook sono particolarmente orgoglioso. Con il tempo sono state create varie collane dove ho raccolto un po’ alla volta materiale edito o inedito di varia natura. Spero con il tempo di poter ampliare le collane, facendone alcune che ospitino vere e proprie raccolte poetiche in formato ebook e, chissà, avvicinarsi al lavoro di una casa editrice – l’ennesima.
Ritengo che il web sia assolutamente imprescindibile. Fossi una casa editrice, partirei dal web e farei il cartaceo solo di quei volumi che davvero valgono la pena. Ad ogni modo, cercare di prevedere i possibili scenari futuri è davvero molto difficile. L’evoluzione dell’editoria dipenderà da moltissime cose:
  • la trasformazione delle città in smart city determinerà la funzione, distribuzione, ubicazione e la esistenza stessa dei negozi, delle librerie e delle grandi superfici – un po’ come ai tempi dei Passaggi di Parigi di Benjamin il nuovo consumismo stava trasformando le città;
  • l’ingresso della intelligenza artificiale nella vita, nelle case e nelle auto delle persone trasformeranno totalmente gli stili di vita attuali per il semplice fatto di andare a cambiare il tempo a disposizione che avremo per fare quello che facciamo o per non farlo – se per andare a lavoro non devo più guidare una ora perché l’auto va da sola, magari durante quell’ora leggo;
  • le acquisizioni corporative delle compagnie del settore pure determineranno verso dove ci si dirigerà: grandi compagnie verranno acquisite da compagnie giganti, creando pochi mostri monolitici che si spartiranno la oligarchia del mercato, andando a cambiare molti degli equilibri attualmente esistenti: non si ragionerà più in locale ma in globale, ci sarà uno scambio molto più fluido e intenso tra diritti di scrittori appartenenti a una determinata holding editoriale a livello internazionale, costerà sempre di meno farlo e quindi si farà sempre di più; le differenze tra i best sellers e gli altri saranno abissali ma le possibilità si moltiplicheranno esponenzialmente; i volumi saranno così vertiginosi che per forza di cose bisognerà produrre in digitale, anche perché con lo sviluppo delle nuove tecnologie, degli schermi flessibili ed estensibili e dio sa cosa, non avrà più alcun senso la carta: materiale costoso da ottenere, non ecologico e costoso pure da mantenere e da immagazzinare (in media, tenere un libro a scaffale sulla grande superficie può costare tra gli 1 e i 3 euro al giorno, poi ci sorprendiamo perché le librerie selezionano così tanto i libri da tenere in casa e perché dopo una settimana senza vendite i libri vengono relegati al limbo).

Detta così, lo scenario sembra apocalittico ma in realtà è solo molto differente rispetto a quanto chiunque può oggi immaginare. E la cosa dovrebbe risultare affascinante. È chiaro anche che tutto ciò cambierà anche il linguaggio: già oggi il linguaggio audiovisivo è dettato dai tempi del web e dallo stile di Netflix. Accadrà la stessa cosa al linguaggio scritto, si mescolerà, si ibriderà, si trasformerà. Indipendentemente da ciò che accadrà, sono certo che il linguaggio continuerà ad avere molte cose da dire. E parlo volutamente di linguaggio perché tenderà a scomparire la compartimentazione per generi cui siamo abituati. Di fatto, già oggi l’etichetta di poesia è difficilmente definibile e ascrivibile in molti casi. La poesia oggi non ha nulla a che vedere con quella di 100 anni fa e molto meno con quella delle origini dei tempi. Bisogna che i poeti e gli editori se ne facciano una ragione se vogliono avere più lettori, massivamente più lettori.

R.P.: La mappa di tutte le collaborazioni ai progetti poesia2punto0 è, inoltre, come abbiamo detto, composita. Quale è la tua percezione dello stato della poesia e in generale di produzione dei testi in Italia, in questo periodo? Ritieni che ci siano ambienti chiusi, linee di ricerca non seguite da tutti gli altri addetti ai lavori?

L.B.: Come sempre, la produzione di poesia è molto florida e ce n’è per tutti i gusti. Nei limiti delle mie possibilità, cerco di seguire un po’ tutto e generalmente mi risulta interessante molto di quanto di decente viene prodotto. Come in tutti gli ambiti, ci sono sicuramente ambienti chiusi, composti da persone vicine per affinità di pensiero piuttosto che di “poetica” etc. L’ambiente chiuso non è un male di per sé; ciò che risulta problematico o spesso controproducente è che quando ci sono ambienti chiusi automaticamente si stabilisce una linea divisoria tra noi e voi. La comunicazione e lo scambio sono pregiudicati per definizione. In un sistema chiuso, avere dei compartimenti stagni impedisce di raggiungere il giusto livello di entropia che permette l’equilibrio del sistema stesso, che alla fine esplode o implode e muore.
Dunque, gli ambienti chiusi dovrebbero manifestare un sincero interesse verso gli altri ambienti chiusi che fanno parte del sistema se vogliono evolvere e sopravvivere. Purtroppo, però, mi pare che non vi sia un sincero interesse, altrimenti le domande di tali ambienti chiusi non sarebbero capziose, non servirebbero a giustificare la successiva domanda inquisitoria o demolitrice, ma sarebbero domande che sinceramente chiedono, dubitano, suppongono senza credere di avere già la risposta.
Sugli addetti ai lavori non mi pronuncio perché non mi risulta interessante parlare di chi spesso dovrebbe dedicarsi definitivamente ad altro. L’unica cosa che posso provare a suggerire a tutti gli addetti ai lavori di professione è di uscire fuori dalla autopoiesi della vita mentale di tanto in tanto: è incredibile la roba che c’è lì fuori.

R.P.: tu sei laureato in psicologia. L’arte, in generale, la poesia, in particolare che tipo di apertura consente al tuo pensiero?

L.B.: sono laureato e mi occupo di psicologia, anche se la mia attività professionale ha a che fare con tutt’altro.
L’arte, in generale, rappresenta una prospettiva, una differenza, una possibilità, una alternativa.

La poesia mi interessa soprattutto nella misura in cui si contrappone alla operativizzazione del linguaggio, aprendo nuovi scenari di senso. In fondo, la poesia è spesso la forma artistica più vicina alla madre delle arti: la musica. È il luogo dove si può esercitare il senso senza la schiavitù del significato. Che si tratti di un modo di dire nuove cose o di dire le cose in nuovi modi è indifferente, sempre che lo si faccia onestamente.

martedì 13 marzo 2018

Al Museo Hendrik C. Andersen, la mostra Elogio della carta. Filieri, Montani, Sonego. Nuove acquisizioni per il Museo H. C. Andersen



L’otre dei venti, carta fatta a mano e pigmenti naturali, 2018


Al Museo Hendrik C. Andersen, la mostra Elogio della carta. Filieri, Montani, Sonego. Nuove acquisizioni per il Museo H. C. Andersen, curata da Maria Giuseppina Di Monte, presenta le opere dei tre artisti contemporanei, in parte acquisite dal Museo nel 2017 grazie a un finanziamento della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane per l’anno 2016 e in parte realizzate su committenza del museo.

Alfonso Filieri, Matteo Montani e Nelio Sonego hanno preso le mosse dalla “carta”, che non è solo il medium ma la vera protagonista delle loro creazioni immaginifiche e poetiche. La  mostra presenta libri d’artista e opere a muro, su carta e su tela. Alle  opere di Matteo Montani e agli undici libri d’artista di Alfonso Filieri e Nelio Sonego si affianca la presentazione di altri tredici libri d’artista della collezione Orolontano donati da Alfonso Filieri al Museo.

Le grandi opere in carta di Alfonso Filieri presso il Museo H.C. Andersen, Roma


Hark!,  carta fatta a mano e pigmenti naturali,  2017

La polpa della fibra vegetale essiccata è sottoposta a una imbibitura di pigmenti e a ripetute abrasioni. Sollevando alcuni strati, modellando, forando, grattando, e inducendo un infeltrimento attraverso la compressione delle fibre, crea l’ala di un  d’uccello.

Sbrindellata dai tempestosi venti, l’ala mostra l’articolazione non più intonsa. Le lacune sulla superficie sono presenti anche rigirando la carta. La friabile ala ha una natura che non mente, quasi del tutto priva di spessore. 

Composta da una garza di trame fittamente sovrapposte, squamata, si dissalda e si ricompatta senza soluzione di continuità. Gli oleosi lembi, le vegetali frange, le scaglie morbide si sollevano come branchie al moto dell’aria, planando sulle creste delle ondose pieghe.

La vastità delle superfici è rappresa, raggrinzita. L’infinità ha fori e vacuoli, ma ciò che sta al di sopra non sembra corrispondere al lato sottostante. È un oggetto che mostra solo superfici, sempre privo di volume. La pelle s’accartoccia per darsi una mole, creando ombre nelle lacune, al di sotto delle pieghe.

La mente giocata dalle sembianze sirenee del materiale si lascia abbindolare come un personaggio mitico. Legata al palo da un suo stesso comando, vola e osserva dall’alto lo sferico rimasuglio del mondo.

Si riesce ad affondare lo sguardo nelle pieghe delle intestine metamorfosi. La carta è l’amante di una mente ingorda di apparenze  e di fioche effimere entità.

L’occhio del Ciclope, carta fatta mano su tela e pigmenti naturali, 2017

La materia approfondisce un suo intendimento: acquisire consistenza assorbendo plasma, venature e correnti intestine. La forma tonda pare mettere sotto lente una porzione di tessuto. Il cerchio non è una figura conclusa, perde un fiotto di pigmento che si dissecca, mentre cola. Presto verrà assorbito dalla superficie. Se ne vedono le tracce sulla scabrosa spianata: altre vene oramai disseccate, si possono seguire pur anche col tatto. Eppure, tutto, al contempo, continua a scorrere e caldo è il liquido porpora.

La barca d’oro, carta fatta a mano e pigmenti naturali, 2017

Un continente con pozzi che raggiungono il vuoto proiettando le sfibrate e sfilacciate ombre su un piano diafano che estroflette la luce, tuttavia, trascinando con sé la convessità del planisfero. La rappresentazione è talmente veridica da far apparire l’analogia come la verità stessa del creato!

Se si svolgessero le pieghe della carta, stirandola fino a ottenerne un foglio perfettamente levigato, il continente verde lambirebbe i piedi del fruitore. 

La carta prende la forma della volontà dell’artista, il quale riformula, spianandoli, i volumi del cosmo.

La vegetale sostanza insegue la sprezzatura delle onde, l’iridiscente polverizzarsi in un azzurro vapore: dai prati alle onde senza che sia ravvisabile la mutazione delle sostanze, il loro intrudersi l’una nell’altra. 

L’otre dei venti, carta fatta a mano e pigmenti naturali, 2018

Pur se a brandelli, trovano il modo di ricomporsi, di ricostituire le trame allungandosi come gangli nel vuoto. L’aereo spazio appare arpionato da flebili ramaglie, ghermito e trascinato in un vortice di danzanti tinte, e intinto è il bianco d’ogni sfumata ombra. 

Si può star certi che le strie di carta si stiano allungando, proprio mentre le si osserva, per riconnettere le lacerate orlature, ricomponendo l’originale tessuto.

I penduli ritagli si aggrappano l’un all’altro per ripristinare la continuità della tessitura. I lacerti diversamente tinti non si integrano negli intrecci, ma si sovrappongono, mentre quelli del medesimo colore hanno già ripristinato il tenace amalgama.

Lacune hanno per questo una doppia valenza: circondare il vuoto con gli irraggiamenti di una suadente circonduzione e mostrare che vuoto e pieno non sono percepibili insieme, che uno dei due sempre prevale!

Fa saltare tutte le scale: microcosmo e macrocosmo sono effetti della manipolazione. Si possono sovrapporre continenti a placche già scavate e si può riportare sul fondale ciò che è stato disseppellito. La carta mima le asperità terrestri e i corsi dei fiumi aventi gli affluenti distribuiti al modo delle ramificazioni di una foglia.

Dalle sopite radici, carta fatta mano su tela, pigmenti naturali e carta velo giapponese, 2008

Aggiungendo veline lo spessore si palesa come la più consistente delle rivelazioni. Morbide le pieghe formano l’ossatura del visibile per poi sciogliersi al flesso ondoso della corrente. Aereo o marino che sia, il moto riecheggia, svelando, nelle radici che si allungano, la natura vegetale della fibrosa sostanza. La carta confessa sempre di quale materia è fatta!

Il giardino della ninfa, carta fatta mano su tela, pigmenti naturali e carta velo giapponese, 2014 

Striature ottenute con sovrapposizioni plurime, appoggiando e sollevando come se si stesse scavando. Non appare possibile giungere nel punto da cui la luce sembra scaturire. La profondità non è inversamente proporzionale alla luminosità.

Carta sa celare nelle sue infime rilevanze le strutture fossili della luce, cristallizzatosi nei meandri di una disseccata polpa di cellulosa. Si può battere la carta vieppiù assottigliandola, riducendone l’orgoglio per farle espellere fino all’ultima stilla di luce e di acqua. 



                                                                                            Rosa Pierno




Il giardino della ninfa, 2014

mercoledì 7 marzo 2018

Vincenzo Mascolo “Q. e l’allodola”, Mursia, 2018


Se l’oggetto è la poesia, il testo non può che svolgersi avendo per oggetto i libri altrui e un costante dialogo con  la commedia di Dante, che l’uso della personale terzina di Mascolo nella sua ultima raccolta poetica di profondissimo spessore, Q. e l’allodola, Mursia, 2018, fa sorgere ad ogni verso. Esiste un percorso specifico che non si può evitare di seguire, quando poesia si segua, ed è un percorso che deve essere affrontato per poter giungere a vedere la luce in fondo al tunnel:  il Virgilio incaricato è Queneau, quel suo meraviglioso libro di esercizi che non cessa di meravigliare col suo lancio di significati che variano al variare del significato: quasi lo sviluppo di una funzione a partire da variabili ogni volta diverse, ma che pur tuttavia non può essere dirimente nelle questioni poste da Mascolo.
Lo stile è parte in causa. Non si può deporre lo stile con la pretesa di una espressività pura, sorgente, che nasca già perfettamente compiuta. Ma quando lo si accetti, si aprono tempi cupi, ci si ritrova sulla scena delle sventure bibliche. Al posto delle cavallette, sciami di probabili forme, tutte presentate come necessarie o imposte dall’onda critica del momento. Al posto delle ragioni personali o collettive, l’invasione delle rane che col loro gracidare invocano le priorità come fossero uniche e sufficienti. Le tenebre, poi, si accalcherebbero di certo per affermare che la poesia ha uno scopo, che deve resistere contro tutto, deve lottare. Mascolo, tra versi e prosa poetica, delinea il campo assordante delle pretese e delle aspettative, le quali rendono la contemporaneità una sorta di Moloch a cui sacrificare il proprio impulso o le proprie scelte. Il problema resta non il modo di versificare, ma il manifestarsi stesso della poesia. Scegliendo il campo d’azione, il poeta dovrebbe poter poetare senza diktat e  il suo testo essere sottoposto al solo vaglio del risultato: proprio quello che sembra mancare oggi. Poesia come arte dovrebbe potersi riconoscere solo nell’istanza della coscienza.

Delineare il profilo del problema, l’orizzonte nel quale la poesia si trova a essere tirata da una parte e dall’altra, non è operazione di poco conto. C’è una agguerritissima schiera di tiratori scelti che spergiurano di sapere ciò che la poesia dovrebbe essere. Invece, Mascolo con limpido sguardo, invoca per essa la libertà da patrie e griglie. La necessità di liberarsi da quelle pastoie che finiscono con il depositare un velo, per cogliere alfine nuovamente, quasi fosse una nuova prospettiva, il dono della poesia. Dono che non può ottenersi senza l’esercizio dello stile  dello studio della tradizione, che è il tesoro delle forme dei poeti che ci hanno preceduto. Non si dovrebbe scavare nella propria esistenza, senza avere affilato gli strumenti dello stile, ma nemmeno considerare coincidente la poesia con la questione stilistica.  Quasi domande retoriche risulterebbero allora quelle relative alla funzione, all’uso della poesia.

“Queneau, non è delimitata la poesia, non ha finalità né appartenenza. Accade // per fatto naturale, come un frutto di stagione, talvolta ci sorprende come un temporale estivo che scuote anche le zolle e libera l’odore”

Tuttavia, non è nemmeno questo risalire dagli accadimenti sensibili che risvegliano la memoria: “non è soltanto tutta // la bellezza che ci sorprende e che ci meraviglia, non è nemmeno questo solamente la cosa che chiamiamo la poesia”.

Non dunque solo stile, non solo dato esistenziale, non solo bellezza, la poesia per Mascolo attinge a fonti di ben altra natura, di metafisica portanza. Certo, il coinvolgimento della sfera mentale, dell’astratto, coinvolge il limitato nostro essere, finitezza e morte. La propria posizione, sia nella presenza di un disegno sia nella sua mancanza, non appare poco problematica e la presenza della poesia deve trovare necessariamente una corrispondenza per potersi porre come necessaria. Deve esserci una risposta alla nostra ossessione di scrivere, di giungere ai suoi frutti:

“prima o dopo trascineranno via i poeti, per natura incapaci di resistere al vizio capitale della parola vana e per questo condannati a perdersi in eterno, destinati a dannazione imperitura, se sia un evento magico o solo un resoconto del nostro quotidiano”.

Se l’anima è “ridotta a un segno di scrittura”, la necessità di scrivere non può ad ogni modo essere stornata affermando la sua inutilità. Essa infatti sembra rispondere e restituirci la realtà e il suo oltre, il disegno della bellezza a la sua pace. Quasi una raggiunta boa la capacità di superare tutte le false questioni che la incrostano  e che raggelano l’andatura del poeta. “Al centro della mia vita binaria” superata la palude oscura di una poesia prigioniera, ove:

Le forme sono pasto luculliano
per loro che confondono nei versi 
poesia e tocco della mano.

Ma la realtà ha canoni diversi
comprende l’invisibile il reale
e la palude dentro cui mi persi

Se il poeta si chiede: “Dov’è il silenzio, dove la parola / che riproduce il suono della vita / qual è la corda giusta della viola” comprende di potersi aiutare con la leggerezza ma anche con la consapevolezza che “non si può colmare la distanza / sperando di raggiungere la meta / immobili nel chiuso della stanza”. Per una ragguardevole inversione invoca quell’apertura alla natura che nello svolgimento delle due sezioni del libro era stata negata, proprio dall’aver voluto cercare il segreto della scaturigine poetica soltanto nelle forme.
Leggerezza che può avere buon esito esclusivamente se assistita non da una ragione che aridamente cerca solo in sé:

(Poesia che nella mente mi ragiona
e che alla mia ragione si conforma
vorrei lei fosse Amore che sragiona
che scuote vibra squassa e che trasforma)

La necessità che la poesia sia poesia che travolga il sé profondo, esperienza di vita che avvicini all’uno, facendolo sentire parte del mondo, particella e universo, “vibrazione che risuoni” col creato, che sia cioè quell’unico sentire in grado di forgiare e di trasformare rendendo inique e biliose tutte le mere questioni che non abbiano a che vedere con questa verità, è per Vincenzo Mascolo la poesia-salvezza, l’unica che abbia un senso. Persino la ricerca della bellezza diventa una chimera se non ci si approssima alla verità del proprio cuore, a quel canto che è la purezza sorgiva dell’origine.


                                                                              Rosa Pierno